Amplificazione#1 - A. Corelli - op. V - Sonata IX - Preludio (Largo)
Primo di una (si spera lunga, che almeno mi intrattenga per i prossimi 40 anni!) serie di pezzi-Amplificazioni, che partono dalla letteratura musicale classica colta e all’interno della pagina scelta creano interstizi-cicatrici da cui far affiorare i vapori di una materia sonora ibrida, meramente interessata ad amplificare il significante, le impressioni e le sonorità della pagina di partenza. Materia sonora composta principalmente di morphing di accordi microtonali di chitarra elettrica e materiali metallici o di ambiente, armonici naturali distorti della viola, suoni di sintesi e suoni concreti in bilico tra l’astratto e l’allusione a un'azione rituale.
Alla ricerca di un’estetica musicale che prende chiaramente a modello concettuale e manifesto l'opera di Carmelo Bene, la sua reinvenzione del testo, il superamento del testo scritto, l'esaltazione della Phonė, l'abbandono a un passato che torna presente proprio perché non memorizzato bensì rimemorato nel non ricordo. Estetica che diventa infine gesto politico.
Testo scritto.
La partitura originaria non ha bisogno dell’ennesima esecuzione seriale ma deve essere lacerata e reinventata, accogliendo le suggestioni che suono, esperienza e inconscio suggeriscono.
(«Il testo è morto orale se non c'è chi lo spinga a farsi suono, evento, carne. La partitura non va eseguita: va patita e oltrepassata, cancellandone la memoria per far riaffiorare l'inconscio del suono.»
"Così come subiamo passivamente ogni nostra percezione prenatale, subiremo anche in seguito il significante. Nella recidività della vita, il discorso non apparterrà mai all’essere parlante.").
Il suono così non "appartiene" più al musicista, ma viene subito sia da chi lo produce sia da chi lo ascolta.
Amplificazione.
La pagina di musica classica è un pretesto, una matrice, un fossile su cui applicare una macchina di sottrazione e deformazione sonica, un mezzo per "avvicinarsi" al suono fino a farne svanire i contorni razionali e la struttura formale.
(«L’amplificazione non è assolutamente un ingrandimento... Se io guardo questa pagina così, io vedo e sento; ma più la avvicino, più i contorni svaniscono.»)
Phonè.
La Phonè è il suono che precede il significato, il grido o il rumore che non si piega alla logica del discorso, del tempo o dell'armonia tonale tradizionale.
(«Il suono deve ritornare a essere ciò che era prima dell’alfabeto: spavento vocale, pura vibrazione non ancella del senso.»
«È l’abisso che scinde orale e scritto... il risuonar del dire oltre il concetto.»)
Ricordo.
La reinvenzione fonica della partitura è evocazione inconscia, non suggerita dalla memoria (amministrativa, nozionistica) ma dalla rimemorazione (l'irruzione dell'inconscio attraverso il dimenticare).
(“Non c'è niente da ricordare. Il ricordo è la farsa della storia. C'è semmai da rimemoriare nell'immemore, nel non-ricordo: lasciar cadere la memoria archivio affinché il passato possa riaccadere, istantaneo e sfigurato, nel presente della presenza."
«Non si tratta di ricordare, ma di essere ricordati dal suono. Il passato torna presente solo a patto di essere stato dimenticato, non memorizzato.»
«Togliere di mezzo il soggetto per lasciar accadere l'evento.»).
Allo stesso modo il suono concreto-rito non è la rievocazione di un evento storico, ma un'azione vuota che permette al suono di affiorare dal non-ricordo.
La pagina classica viene così dimenticata per poter essere veramente rimemorata.
(«[…] far riaffiorare ciò che non è mai stato memorizzato, ciò che si è salvato dalla prigione dell'alfabeto perché è rimasto pura Phonè»).
Il gesto rituale, la materia sonora che parte dalla materia inorganica significano che
“il corpo, vittima del linguaggio [...] invocherebbe una tregua: regredire all'inorganico, a una materia priva di volontà ... Il vuoto, che è la fine di ogni arte, di ogni storia, di ogni mondo.â€
Sabotaggio delle forme di controllo e di potere.
Il testo scritto e la partitura classica rappresentano l'Autorità — un codice rigido imposto dall'alto.
De-strutturare un classico significa attaccare la gerarchia, sottrarre al testo la sua funzione di comando, trasformando la rappresentazione da "istituzione borghese" a territorio di liberazione anarchica.
Per Deleuze, l'operazione di Carmelo Bene consisteva nel tagliare via dal testo teatrale o musicale la figura del Potere (il Re, lo Stato, la Legge, la Tradizione).
La sintassi e la parola dotata di senso compiuto sono i primi strumenti con cui la società disciplina l'individuo. Il "significato" è un'imposizione sociale.
Ridurre la parola o la melodia a Phonè (rumore, distorsione, grido, vibrazione inarticolata) significa sabotare la dittatura del senso. Se il linguaggio appartiene al Potere, l'unico modo per non farsi sottomettere è dissolvere il linguaggio nel suono fine a se stesso.
Nel modello capitalistico, la cultura è una merce di scambio e l'arte deve produrre un "valore" o un "insegnamento".
Contrapposti alla produzione sono l'inutilità , lo sprecarsi, la dissipazione e la regressione all'inorganico.
Prendere una pagina classica — monumento della cultura colta e feticcio del patrimonio borghese — e ridurla a materia sfigurata attraverso la distorsione, l'attrito metallico e il rumore è un atto di de-feticizzazione, un rifiuto di servire la pagina classica al pubblico come "prodotto culturale rassicurante".